ARTIST CALLING
25 Giugno 2014 dalle h10 alle h13.30 e dalle 15 alle 18.30 Tutti gli artisti sono invitati a partecipare a questa art-calling: un open day per far visionare il proprio portfolio e un'occasione importante per misurarsi con la scena artistica contemporanea. I migliori selezionati avranno l’opportunità di prendere parte al prossimo DEM SHOW. La lettura portfolii sarà tenuta da BENEDETTA DE MAGISTRIS e ALBERTO MATTIA MARTINI
gallery entrance
milano
25 June - 25 June 2017
PATHOSFORMEL-La Sindrome dell'Immagine
Durante una conferenza del 1905, intitolata Dürer und die italienische Antike, Aby Warburg espose il modello delle Pathosformel: concetto secondo il quale, nell'arte europea risiede la presenza del gesto espressivo tratto dall'antichità. Il critico tedesco, iniziatore della metodologia contemporanea della storia dell'arte e dell'iconologia, concepì il temine Pathosformel, finalizzato a descrivere l'origine e l'evoluzione del gesto espressivo: esso è una realizzazione che veicola un contenuto emozionale molto importante che, può riemergere in un altro momento sotto un'altra forma. Le così dette "formule di Pathos" sono solitamente immagini tratte dal mondo classico che, ritornano successivamente anche nella contemporaneità. Alcuni esempi di Pathosformel che Warburg mette in atto sono: Orfeo, la Ninfa o Menade, la Croce, tutti elementi che si ripetono in seguito sotto altre vesti. La Ninfa che ritorna come Giuditta o come Salomè, oppure il sarcofago romano con rappresentato il Giudizio di Paride diventa la Déjeuner sur l’herbe di Manet. Nasce da una riflessione indirizzata verso tale concetto, la mostra Pathosformel. La sindrome dell'immagine, con il desiderio di rintracciare e recuperare l'idea di un'immagine archetipica, nella connotazione di figura e forma che è stata o tutt'ora è importante nella storia dell'umanità e dell'arte. La visione di tempo che, sotto forma di immagine della memoria o come icona della storia dell'uomo, ritorna rivisitata o reinterpretata sotto altre sembianze. L'indagine su cui gli artisti sono stati invitati a riflettere, si esplica nel tentativo di poter identificare e ricreare la storia di un’immagine, superando l’abituale concezione cronologica del tempo, inteso come successione di momenti. Scaturisce e si struttura quindi una "memoria collettiva" che, ci sensibilizza nel provare a reperire e ricostruire quello che Warburg delinea come “antico presente”, ovvero qualcosa che fonda il suo stesso passato al momento del mostrarsi. Partendo dal presupposto che, l’immagine è anche il luogo in cui più direttamente precipita e si condensa l'impressione e la memoria degli eventi, i sei artisti volgono la ricerca oltre al ricordo della collettività, oltre la storia dei fatti del mondo: ascoltandosi, per poi procedere verso il "mito" dell'umanità ed ancora più intimamente e sensibilmente, in quella tipologia di reminiscenza che appartiene alla vita intima di ciascuno di noi. Entrano in gioco le immagini dell'anamnesi, sempre presenti, "souvenir" che ci accompagnano come solidi ed affidabili compagni, o viceversa quelle configurazioni intenzionalmente, non dico del tutto accantonate, ma poste saggiamente in un cassetto ben sigillato a decantare, nella speranza che un domani, aprendolo, emergano tramutate in risorse per il nostro futuro prossimo. Inevitabilmente siamo invitati noi stessi a partecipare a tale odissea nella memoria altrui; essa infatti, attenendoci a Warburg, presenterebbe tracce di emozioni intense: gli engrammi, simboli come testimonianza di esperienze passate dell'individuo che, come tali riapparirebbero nell'esperienza in archi temporali diversi e in ambiti geografici distinti. Possiamo pertanto condividere il pensiero dello studioso tedesco e soprattutto ritenere che, non esiste un'univoca realtà culturale o meglio non sussistono sistemi chiusi e circoscritti. Le opere in mostra indagano ed interpretano lo spazio della memoria addentrandosi sia nel razionale, che nell'emozione, così come nell'impulso, trasformando la staticità del ricordo a volte sbiadito, in azione presente e linguaggio multidisciplinare. Prende inizio il viaggio nella "memoria del presente". La mente e lo sguardo, osservando le opere di Ester Gossi, vengono trasposte, nel centro Italia in Abruzzo, esattamente nell'altopiano del Fucino. Questi sono i luoghi da dove "prende origine" l'artista, nella Marsica, qui la natura ricopre ancora un ruolo determinante nella vita dell'uomo. In questi territori il serpente è da sempre presenza reale e simbolica, assumendo di conseguenza una connotazione religiosa e magica. Figura che riveste una simbologia iconica, è certamente Angizia: divinità pagana, associata al culto dei serpenti, alla quale erano attribuite facoltà guaritrici, anche dal morso degli aspidi. Misteriosa, enigmatica a tal punto che non possediamo notizie certe sulle sue reali fattezze; questa divinatrice, nell'interpretazione di Ester Grossi viene volutamente privata degli occhi e del naso, organi fondamentali all'esegesi e al rapporto con il reale e l'immaginifico. Un segno grafico, pulito, essenziale che, nella seconda interpretazione eseguita dall'artista, coglie di spalle Angizia, anestetizzando il circostante, concentrandosi sul mistero irrisolto del soggetto. Il serpente, come emblema, è protagonista anche nelle opere Ophidia e Adameve, dove l'astrazione formale sembra sempre più intensamente prendere il soppravvento sulla figurazione. Nella prima opera l'indagine verte sull'interpretazione contemporanea del serpente, la connotazione che esso ha assunto e come esso si è trasformato nei secoli. Punto di partenza è una campagna pubblicitaria di Bulgari, in cui palesemente, l'aspide da elemento simbolo del male e del peccato, assume il ruolo di perturbante, seducente, che ammalia ed invita al "peccato", alla trasgressione, comportando tuttavia la spersonalizzazione del soggetto femminile. L'interpretazione cristiana diviene essenziale sia formalmente che concettualmente nell'opera Adameve: una "crasi" fisica e simbolica tra Adamo ed Eva, parafrasati non solo come l'origine del peccato bensì come la prima "coppia complice" della storia che, trasgredisce per poter ottenere "l'incastro perfetto" dell'eterno amore. La connotazione dell'ambientazione naturalistica domina anche il lavoro di Marco Pace che, qui tuttavia oltre al simbolismo, trova espressione come territorio agreste e pura forza generatrice. L'illuminazione proviene niente meno che, attraverso un'opera di Arnold Böcklin, ed esattamente: Pan erschreckt einen Hirten, scena nella quale il dio Pan, disturbato da un pastore, con le sue urla crea il pan-ico tra il malcapitato e il gregge. L'interpretazione che Pace concepisce, non altera di certo "l'animalità" primordiale del protagonista e quella radicale dell'ambientazione, colta nella sua primigenia forza generatrice, nonché pronta a tramutarsi in distruttrice. L'ambientazione paesaggistica che l'artista racconta è frutto di un'accurata indagine, prima fotografica e successivamente pittorica. Anche in questo caso specifico lo spazio assume una caratteristica scenografica quasi teatrale, nella quale successivamente Pace inserisce un soggetto umano-tribale, costituito da un corpo di uomo e il capo che recupera chiaramente l'iconologia delle maschere primitive. Un'ambientazione volutamente surreale, fortemente connotata al senso primordiale, del mistico, della magia, del voodoo che, ha ispirato nella storia dell'arte grandi artisti, ma che richiama anche la nostra attenzione sul rapporto insano che abbiamo con il naturale, con l'espressione originaria, di quel mondo che ci ospita e che invece sfruttiamo e violentiamo. Un invito a riappropriarsi delle nostre origini che Pace mette in atto andando a recuperare, studiando le culture delle popolazioni dell'Oceania e dell'Africa, per poi catapultarle negli ambienti a noi conosciuti o contestualizzandoli all'interno di architetture contemporanee, frutto dell'egoistica fantasia umana. Sono trascorsi ormai parecchi anni da quando Arjan Shehaj, ha abbandonato l'Albania, individuando e immaginando nell'Italia una terra, non propriamente promessa, ma un luogo certamente bramato e sognato. La sofferenza per il distacco dalla sua terra, le difficoltà per raggiungere la sua nuova casa, le complessità ad ambientarsi in una nuova nazione, hanno sicuramente influito e confluito, sulle modalità espressive del giovane artista, indirizzandolo verso una nuova dimensione spazio-temporale. Le linee, si uniscono, si intersecano, si dividono, si dilatano e poi si integrano, giocando e dando forma ad elementi geometrici che, vivono tra la dimensione irreale della superficie e l'estensione della vita reale. Una sorta di "neo-suprematismo", dove però le linee non sono ridotte ad essenziale, bensì a forme geometriche elaborate, raggiungendo gli estremi espressivi, la sintesi degli elementi figurativi, ottenendo pertanto il puro e l'assoluto, oltre il tempo e lo spazio sensoriale. Una donna bella, libera, ricca e potente che, per difendere il suo popolo, con l'arma dell'astuzia sfida e uccide il nemico Oloferne, mettendo a rischio la sua stessa vita. Questo è il ritratto di Giuditta, figura dal coraggio non comune, che compie un gesto estremamente attuale, in antitesi rispetto ai tempi nei quali viveva. Carlo Alberto Rastelli sceglie il racconto biblico di Giuditta e Oloferne, tramandandoci quella che Warburg definisce: " la saldezza morale del giustiziere, la salvazione dell’anima, la seduzione mondana". Come avviene spesso nelle opere di Rastelli il soggetto è personificato dallo stesso artista che, nello specifico assume il ruolo di Oloferne morente. Una deformazione tra il grottesco, la caricatura e una accurata e manierista tecnica accedente all'ambito dell'iperrealismo; qui avviene una sorta di "cortocircuito" tra il dettaglio della rappresentazione classicista e la smorfia, le espressioni del viso, più simili a quelle di un cartoon o di un fumetto. L'audacia e il patriottismo sono caratteristiche fondanti anche dell'altra tela, tuttavia nel frangente il protagonista non è più femminile, ma è un giovane pastorello, poi divenuto sovrano: il re David, immortalato nella stessa torsione del capo e nel medesimo atteggiamento assorto, della "mitica" scultura michelangiolesca. L'orMa, con uno sguardo indagatore e riflessivo, ci accompagna nel territorio dei ricordi, in un viaggio nella memoria, nella vita trascorsa e vissuta. Il fil rouge di questo racconto per immagini è l'oro, sul quale l'artista pone la sua attenzione e riflessione. Minerale per antonomasia, ma soprattutto simbolo della ricchezza, del fasto, della nobiltà e della religione che, ha accompagnato la storia dell'uomo per molti secoli, e che oggi ritorna come elemento "kitsch ma cool". Certamente ha ragione Papa Francesco quando afferma che: "Dio è l'unico Dio, non l'idolo d'oro". La cupidigia, come si sa conduce spesso alla rovina, ma questo non è il motivo principale da imputare alla sua inattualità. L'orMa ripercorre a ritroso la sua vita, compiendo un balzo temporale all'interno delle abitazioni dei suoi parenti. Il giovane artista con la sensibilità di futuro creativo, osservava i quadri alle pareti, di frequente accompagnati da "importanti" cornici d'orate, dipinti e stampe aventi come soggetto i cavalli, quest'ultimi tra i primi temi pittorici affrontati dall'uomo, ed ancora veniva attratto da candelabri e lampadari in ottone o velati con pittura oro. Ecco che il ricordo degli oggetti e dei soggetti visti allora, ritornano presenti e si sposano con l'attuale tecnica rappresentativa utilizzata da Lorenzo Mariani. L'artista avvalendosi del colore ad olio, lo impiega realisticamente, in modo che esso assuma volutamente una patina opacizzata; essa ci rimanda immediatamente alla percezione di un'epoca lontana, come una vecchia fotografia, a cui è stato solo parzialmente sottratto lo scorrere del tempo, ma non il ricordo dell'istante vissuto. Chi è il bugiardo? Siamo tutti fondamentale mentitori? Senza esitazione potremmo rispondere con un'affermazione: l'uomo è sostanzialmente anche un bugiardo. Certo per paura, per convenienza, ma probabilmente anche per tentare di esorcizzare le proprie paure e soprattutto per necessità, per spirito di sopravvivenza, in quanto la bugia soccorre e occorre, se non per vivere, certamente sopravvivere. Nasce da qui, da tale concetto, o più probabilmente, da simile esigenza, l'intenzione di Thomas Berra di concretizzare l'immagine "depredandola" alla favola e quindi alla bugia, in modo che essa possa raccontarci la cronaca dell'esistenza. Lear, è un personaggio bugiardo, con chiaro riferimento al mitico Pinocchio di Collodi che, tuttavia descrive la storia di ogni uomo, colui che si avvale della bugia per provare a scongiurarla, per ardire e superare la paura della quotidianità, della vita. Thomas Berra non si accontenta di riconoscere la bugia, ma la vive per poter raccontare la verità. Non si lascia colmare dai luoghi del quotidiano, ma decide di viaggiare per vedere, fantasticare e conoscere. Nasce infatti da un viaggio in Marocco, a Tangeri, l'opera "Casabarata": ottenuta assemblando legni e materiali recuperati in loco e simbolicamente trasportati in un'altra dimensione. Questa abitazione-architettura è allegoria di uno dei quartieri sicuramente tra i più affascinanti della città nordafricana, ma certamente anche metafora di un luogo complesso e sospeso tra eterogeneità ed incertezza. Alberto Mattia Martini
Arjan Shehaj
milano
05 June - 31 July 2017
DEM SUMMER SHOW
COMING SOON Innovativa, al passo con i tempi e a caccia di giovani talenti: la galleria De Magistris Arte propone il DEM SUMMER SHOW. Dal 5 Giugno al 31 Luglio una fitta programmazione di musica, teatro, arte e fotografia ravviverà Milano durante i mesi estivi. Come nella migliore tradizione delle Summer Exhibition, di cui quella della Royal Academy di Londra è pioniera, saranno presentati 5 giovani artisti, le cui opere animeranno gli spazi della galleria, insieme ai numerosi eventi che avranno luogo (a brevissimo il calendario competo sul sito della galleria). Inoltre, ci sarà la possibilità per i giovani talenti di far valutare il proprio portfolio e prendere parte al DEM SUMMER SHOW del prossimo anno.
scusa editing
Milan
05 June - 31 July 2017
"MEMORIES AND NIGHTMARES"
SOLO SHOW by the Uk Photographer Lottie Davies, in collaboration with Quintessentially Lifestyle
Lottie Davies
Milan
03 October - 16 November 2017
HOT - A CURA DI LUCA BEATRICE
Una mostra collettiva forte, d'impatto, hot –come recita il titolo - che racconta l'evoluzione della sessualità nel mondo dell'arte, dall'antichità fino ai tempi più recenti. HOT, esposizione che nasce dalla costola di Sex - Erotismi nell’arte da Courbet a YouPorn, ultimo saggio di Luca Beatrice, ci conduce in un excursus nell'iconografia del sesso attraverso disegni più classici, come quelli di Jean Cocteau e il lavoro di Peter Klasen degli anni '70, fino alla fotografia contemporanea, senza tralasciare la pittura, coinvolgendo anche giovani emergenti. La mostra HOT affronta anche il concetto di oscenità, che nasce con il moderno, quando l’opera d'arte entra in relazione con i mass media. L'esposizione esplora il tema “hot” che da Courbet a Man Ray e Schiele arriva alle performance di Vanessa Beecroft, agli spettacoli di Madonna, al burlesque e al web, affrontando il tema del confine, a volte sottile, fra arte, erotismo e pornografia. Gli artisti presenti in mostra sono: Nobuyoshi Araki, Toni Thorimbert, Richard Kern, Antonio Guccione, Lady Tarin, FrancescoTricarico, Arash Radpour, Alva Bernadine, Morgana, Francesco de Molfetta, Daniele Galliano, Jean Cocteau, Christian Zucconi & Mustafa Sabbagh, Peter Klasen, Fulvia Monguzzi, Mario Schifano, Plinio Martelli e Sabrina Milazzo. Tra le curiosità saranno esposti anche i condom di Keith Haring e i sex toys d'artista. Durante il periodo della mostra saranno organizzati talks con personalità del mondo dell'arte, dello spettacolo, della moda e giornalisti che sapranno dare una lettura interessante del tema. Sul sito della galleria verranno pubblicate le date. Gli incontri sono ad ingresso libero. LUCA BEATRICE è nato a Torino nel 1961. Critico d’arte e docente all’Accademia Albertina di Torino, nel 2009 è stato co-curatore del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia. E' autore per Rizzoli di Da che arte stai? (2010) e Pop (2012), e ha curato con Marco Bazzini il catalogo della mostra Live! L’arte incontra il rock (2011). Collabora con “il Giornale” e scrive sul settimanale “Torino Sette” de “La Stampa” e “Arte”. E' presidente del Circolo dei lettori di Torino. Catalogo edito da SCUSA con testo critico di Luca Beatrice.
nella foto: Mario Schifano
DE MAGISTRIS ARTE, VIA SANT'AGNESE 16
23 May - 06 July 2017